Copiascolla,
     spremuta di parole a caso


 

Apologia del lusso

Leggevo sul Corriere di carta del nuovo lusso. Dicono di lui:

- E' avere un jet privato ma saper riconoscere quando è il caso di andare a piedi.
- E' una borsa di Nonsochì ridisegnata da Chissacchì che la trovi solo se sei Qualcuno.
- E' una maglietta nera però di Armani.
- E' una maglietta bianca però di Armani Jeans.
- E' la spiaggia privata nell'isola dove vanno tutti.
- E' la casa sulla spiaggia privata della sua bellezza originaria sempre sull'isola dove vanno tutti.
- E' l'isola privata nel mare dove tutti vorrebbero andare se potessero.

Senza dilungarmi oltre e non potendo citare la vera fonte originaria di chi ha detto cosa, poiché la pagina in questione è servita per assorbire della pipì di cane, immagino che i proprietari di queste definizioni possiedano molto denaro e in generale possiedano (vedi la ricorrenza del termine "privato").

Perché mai quindi tutti loro hanno nominato cose che già hanno e non qualcosa che non si possono permettere?

spremuto da copiascolla, 15:44 | link | commenti (7)



PIQUE NIQUE
Dejuner sur l'erbe del parchètto

Primavera, tempo di pic nic. Frotte di gitanti in tenuta guarda come sembro in ferie con bambini dalle corde vocali ipersviluppate al seguito, si destreggiano tra borse termiche, cestini di vimini, carrozzine multiuso riciclate in carrelli portavivande, coperte e plaid fantasia eccetera alla volta del parco.

L'immaginario collettivo affida al parco cittadino la responsabilità di interpretare, seppur con modeste pretese, un contesto bucolico trattino naturalistico estinto e sopravvissuto unicamente nelle memorie ataviche di estati dai nonni e pubblicità del kinder cereali.

Il papà da pic nic indossa camicia tirolese o burberry che fa ugualmente simpatia, pantaloni alla zuava, calzettoni bianchi al ginocchio, timberland cimelio anni 80. Porta in spalle il figlio di due anni, che spenzola le gambine dal port-enfant chicco inferendo al genitore ripetuti calcioni nel costato e smocciolandogli abbondantemente sul colletto della camicia a causa dell'allergia alle graminacee. La mamma da pic nic è più sobria. Porta con disinvoltura un golf tricot sopra un vestitino leggero e scarpe ballerine in tinta. Il papà da pic nic, che ha già tirato le sue brave bestemmie per trovare parcheggio al limitare del bosco, cioè del parco, è di umore assai cupo: tiene in una mano una sedia pieghevole e trascina in silenzio con l'altra mano il frigo da campeggio da 25 litri, contenente sei freezerini rettangolari verdi, una bottiglia di coca e una di fanta, un servizio di posateria e piatti usa e getta, un rotolo di scottex, panini al prosciutto e maionese incartati prima con un tovagliolo e poi con la pellicola trasparente, frutta. La mamma da pic nic scannerizza il parco alla ricerca di uno spiazzo ombroso, erboso e preferibilmente fiorito. Tiene appeso al braccio un cestino da cui spunta una bottiglia di vino biologico chiusa con un caratteristico tappo di sughero, un fazzoletto tovagliato rosso e bianco, una copia del corriere e una della gazzetta. Un cane da pic nic di piccola taglia insegue scodinzolante l'allegra brigata, acquattandosi qua e là a deporre qualche cacatina. Il piccolo padroncino del cane lo strattona con il guinzaglio estensibile, urlando VIENI GOKU seicento volte di fila senza ottenere effetti apprezzabili da parte della bestiola.

La famigliola da pic nic trova per miracolo un'insenatura tra due radici di una quercia. Un angolo di paradiso all’inferno. Il papà da pic nic si sbarazza del secondogenito posizionandolo con tutto il port-enfant in un cavo dell'albero e si accerta, con un bastone reperito in loco, che la zona di accampamento non sia infestata di vipere, ticchettando per terra e sollevando tutti i sassi del circondario. Il cane da pic nic contribuisce a stanare eventuali residenti annusando tutto attorno e marcando il territorio con suggestive spruzzatine. La mamma da pic nic estrae dal cestino la copia del corriere e ne semina fogli ovunque, come base per la successiva stesura del plaid. Il papà da pic nic apre la sedia pieghevole, apre la gazzetta e si aliena fino all'ora di pranzo.

Verso le quattro del pomeriggio regna la quiete, chiaro segno anticipatore della tempesta che sta per scatenarsi in tutta la sua potenza devastatrice sul parchètto dei picniccheggianti ignari. I bambini sono caduti in un pisolino profondo. I genitori esausti si concedono qualche sigaretta o espongono le loro epidermidi cadaveriche al pallido sole mazolino (o aprilante o maggiolino o giugneresco o luglivo a seconda). Le farfalle sfarfallano e gli uccellini svolazzano. Tutto è pervaso da un'insolita e minacciosa calma piatta. Senonché...

... improvviso e dirompente, annunciato dallo slogan "Signor Ranger Signore!", si abbatte come un cavaliere dell'apocalisse in tutto il suo peloso splendore, il mitico, favoloso, inimitabile... ORSO YOGHI!!!
Che pic nic è senza Yoghi? Dai, su, un po' di fantasia! Cioè dico io: lo so che è più probabile che arrivi una squadra di Ausiliari della Sosta riciclati in Operatori Ecologici in occasione della Domenica nel Parchètto. Oppure che un bambino rimanga intrappolato in una grata della metropolitana mimetizzata nell'erba e che per sei ore le forze dell'ordine e due elicotteri cerchino di estrarlo dall'anfratto. O magari che un maniaco salti fuori da dietro un cespuglio e semini il panico correndo nudo sotto l'impermeabile zigzagando tra gli attoniti astanti.


Però insomma che pic nic è senza Yoghi?

Firmato, Bubu.


La versione integrale da pic nic con buffa digressione sui vicini di tovagliato qui.

spremuto da copiascolla, 10:41 | link | commenti (7)



Il gioco di Pavlov

Memore del trionfo in termini di accessi della scorsa volta e spinta dall'andazzo sondaggistico che pervade la blogosfera colta, colgo l'occasione di una mattinata bigia e oziosa per invitarvi a giocare con me.

Però qui.

spremuto da copiascolla, 14:24 | link | commenti (6)



L'aura immaginaria

I libri non hanno un'anima. La prendono in prestito da chi legge. Il lettore è l'orecchio senza il quale l'albero che cade nella foresta non produce rumore. Il paradosso vuole che l'occhio consacri alla realtà solo ciò che vede. E lo scritto per questo si realizza solo da letto.

Quello che scrivo accade, quello che accade scrivo. Il mio primo libro è "La Storia Infinita" di Michael Ende. Il metalibro delle finizioni, tra le mille e una storia. Incisioni, in senso sintattico, lunghe un capitolo. Un giardino di ventisei sentieri che si biforcano. Come le lettere dell'alfabeto tedesco, miniate all'inizio di ogni. E ognuno infinisce con la rassicurazione che questa è un'altra storia e ci sarà un'altra occasione per raccontarla.

E' l'eco di un altrove e di molti ancòra. Sapere che è tutto in divenire continuo. La rilettura rivela i diversi piani d'interpretazione a strati. L'ho letto a 8, 12, 17, 21 anni. Lo apro a caso come il Vangelo e ne suggo un versetto. E' un pozzo di rivelazioni senza fondo. Proprio come nella storia che narra, il libro si scrive da capo ogni volta che lo si apre. E ai diversi lettori rivela l'intreccio che ciascuno di loro ha dentro di sè.

Prendiamo un episodio tra i tanti. Il paese dei Nulladicenti, le scimmie che hanno perso la parola. Si mettono in cerchio e fanno Il Gioco del Caso. Tirano un dado a tante facce quante sono le lettere dell'alfabeto e cominciano a scrivere parole, poi versi, capitoli e libri interi. Molto spesso ne esce un guazzabuglio senza senso. Ma l'infinità del tempo e delle possibilità genera Commedie e Decameroni e la vicenda stessa del medesimo libro che si ha tra le mani.

Ieri sera ho fatto 20 coriandoli di carta e ci ho scritto una lettera su ognuno. A B C D E F G H I L M N O P Q R S T U V in un bicchiere. Scuoti scuoti, pesca e leggi. Il libro è l'ultimo di Zop. Assomiglia così tanto al mio primo che non potevo fare a meno di portarlo in fondo in un colpo solo. L'ho divorato. Ho estratto per prima la I e per ultima la Q. La mia storia, la MIA storia, solo alla fine è quella dell'autore. Lo anticipa lui stesso nella prefazione e in effetti è proprio così. E inoltre manca la Z.

Fai ciò che vuoi. Dietro Auryn, l'amuleto della mia infanzia, quello che ho riprodotto a pennarello su un coperchio della Nutella e tenuto nella tasca dietro della tuta da casa per anni e anni, c'è scritto così. E' l'autorizzazione scritta a cercare se stessi, non la giustificazione a una condotta morale anarchica. Dove regna il Caos, o il Caso, che è la stessa cosa, è come in copertina dove c'è scritto Tsop invece di Stop: devi darti una regolata. Ma tanto, vai in ordine o vai random, anche incasinando l'ordine dei fattori il risultato non cambia.


Antonio Zoppetti 
Laura immaginaria
Casa editrice Palomar, Bari 2004

pagine 176
prezzo 10,00 euro

spremuto da copiascolla, 16:00 | link | commenti (4)



DONNE DU DU DU


MAMMA - A te come ti ha conquistata Tizio?

ME - Mah era un tirchione. Però una volta mi ha dato un fiorellino di carta.

MAMMA - ...

ME - ...

NONNA - Che te lo sbàta un bel'ovèto, puarèto el me moreciolòto? Che lì in quel Milàn no te lo bèi mai? Ardala quà come te sì patìa. Che musèta trista, el me butìn. Tìrte in parte 'sti cavéi. Te parèi tanto bòna da picenìna, coi to' bei risèti. Sì alà, èso costuma sta maniera chì. Sonte mì...

MAMMA - A me Sempronio mi ha conquistata con qualche carta da mille.

spremuto da copiascolla, 18:09 | link | commenti (9)



spremuto da copiascolla, 10:15 | link | commenti (5)



Marchetta

Esce la mia prima campagna stampa nazionale. C'è una sedia arancio sul Tamigi e una poltrona di pelle nei Campi Elisi. Due soggetti. Il titolo è mio, la roba sotto se l'è scritta il cliente. Per fortuna la bodycopy non la legge mai nessuno!

spremuto da copiascolla, 16:01 | link | commenti (5)



Oriana fallata

Io dall'intervista di ieri sera ho capito questo. Che i giornalisti la storia li attraversa. E la filtrano in presa diretta, lasciandola uscire dal colabrodo di conflitti che ne resta di loro.

spremuto da copiascolla, 11:45 | link | commenti (2)



Mutande produzione propria

Ho avviato un'attività per racimolare soldi. Produco mutande. Mi metto lì sul divano di sabato pomeriggio, al venerdì in treno, la sera quando torno dal lavoro.

Ho un sacchetto con dentro recuperi. Nastrini di raso troppo corti, i bottoni in più che mettono nell'etichetta interna della camicie, calzini spaiati, collant con le smagliature da in cima a in fondo che non c'è smalto che tenga, ritagli di lenzuola bruciate per sbaglio col ferro da stiro, asciugamani a chiazze che usava mia sorella per farsi la tinta, fazzoletti da naso strappati al centro che facevano il prendisole alle Barbie, cerchietti colorati che ci sono in quelle penne a scatto del tappezziere o dell'imbianchino che se gli sviti la punta esce la molla e tutti i cerchietti dietro, graffette di plastica colorata già piegate a cuore in seconda media, le caramelle fatte a buco con la menta intorno, gomitoli col pezzo di lavoro cominciato, conchigliette piccole col forellino per farci le collanine, gambe di jeans, parti finali di cinture accorciate, fibbie strane, lacci di scarpe, pezzi di cose.

Le mutande che faccio e i reggiseni e altre cose piccole che ci vuole poco, le vendo. Il business delle sciarpe di lana mi è costato circa 200 euro e ho dato via tutto in prova alle amiche. Devo fare un pari. Come dice mia nonna, un dosso e una valle fa un gualìvo. Non le tengo neanche per me, che quelle cose lì non le porto. Chi le vuole si faccia avanti sventolando due biglietti da 20 e con il dedrè bene in vista. Per le misure, si intende!

spremuto da copiascolla, 16:26 | link | commenti (5)



Pubblico mio diletto.

Kureishi si interrogava sul senso di scrivere. No pubblico, no party. Ma qui cari miei, entrate a centinaia ogni giorno. Siete i miei lettori personali. Io scrivo la prima cazzata che mi viene in mente e plin plin plin il contatore sgocciola. Ogni plin un cristiano senza faccia. Come se suonassero alla porta e toh! uno sconosciuto. Voi vedete me e io non vedo voi. Ma vi lascio la porta aperta, entrate dai commenti sul retro.
Chi siete? Ditemi chi siete che oggi mi viene da piangere e ne ho bisogno.
Grazie. Applausi. Sipario.

spremuto da copiascolla, 16:24 | link | commenti (16)



Ho avuto una pesadilla.
Non mi sento bene.
Mi ascolto ma non mi parlo.
Tengo la testa dove non posso trovarla.
Tutto passa.

E poi mi sono svegliata.

spremuto da copiascolla, 12:41 | link | commenti (5)







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